14 dic 2018

L'AUTUNNO CHE SE N'È ANDATO

Settimana scorsa la temperatura è stranamente salita fino a 25 gradi ed faceva troppo caldo per essere a dicembre, ma poi all'improvviso il gelo è arrivato e ha spazzato via i residui dell'autunno.

Mi piace l'autunno e i suoi colori caldi, purtroppo quest'autunno non ho potuto avere il tempo di andare a passeggiare tra le foglie rosse e gialle. Mi è dispiaciuto molto. E così ho riguardato un po' le foto degli aceri che avevo scattato in questi anni...
Le sfumature dei colori sono indescrivibili, quelle foto mi fanno tornare l'emozione...

Il tempo vola veramente, ora mancano solo due settimane al 2019.
I terremoti, i tifoni... quest'anno abbiamo tante calamità naturali qui ad Osaka e ho provato sulla mia pelle i rigori della natura. Ma la natura ci offre anche lo spettacolo meraviglioso come questi. Ora ne sono profondamente riconoscente...

28 nov 2018

VIA MIDOSUJI, OSAKA

Una settimana fa abbiamo passeggiato in via Midosuji che attraversa il centro di Osaka. Quella via principale di Osaka ha le 6 corsie. È famoso per i 970 alberi di ginkgo che fiancheggiano la via e in autunno colorano la strada di giallo.
Purtroppo ancora solo una parte era diventata giallo.
Ma lungo il fiume i vari alberi avevano i colori d'autunno.
Ogni anno, dalla metà di novembre alla fine di dicembre la via Midosuji è illuminata per tutta la lunghezza di 4 km. Quella via, in occasione dell'Expo del 1970 di Osaka, è diventata a senso unico (verso sud) a causa dell'aumento del traffico.

E proprio in questi giorni, durante l'Assemblea generale del 23 novembre a Parigi, Osaka ha vinto la gara per l'Expo del 2025 battendo la città russa di Ekaterinburg e Baku, il capitale dell'Azerbaijan.
  
Sarà una mostra su un'isola artificiale sul tema "Society 5.0" e su come sfruttare la robotica e l'intelligenza artificiale per il bene pubblico.

Di nuovo si terrà ad Osaka l'Expo dopo 55 anni. L'Expo del 1970 ha avuto un grande successo (ha avuto 64.218.000 visitatori) e ha cambiato molto la città di Osaka. Stavolta come sarà quell'Expo?

Sinceramente non so che cosa significa quel tema precisamente, ma sembra che sono stati apprezzati un'iniziativa di una azienda di Osaka che cerca di far arrivare l'acqua potabile ai paesi in via di sviluppo e un progetto di un'altra azienda di Osala di donare le lanterne a energia solare nelle regioni del mondo prive di elettricità.
Ero contraria a quell'evento per la paura di avere più turisti in città, ma è già deciso, spero che abbia successo e rechi tanti benefici non solo a noi cittadini ma anche a tutte le persone del tutto il mondo risolvendo i problemi mondiali con le nuove tecnologie in occasione di quell'evento. Così nessuno sarà costretto ad abbandonare il proprio paese...

RAFFICHE D'AUTUNNO

È un romanzo di Soseki Natsume pubblicato nel 1907.
È una storia di tre protagonisti – due giovani, intimi amici appena laureati, uno (Nakano) è di buona famiglia e sta conducendo la vita brillante, l'altro (Takayanaghi) è un aspirante scrittore che vive nella miseria, e un professore (Shirai) ribelle scacciato da tutte le cattedre della provincia per il suo scarso rispetto per l'autorità che ha deciso di abbandonare l'insegnamento per dedicarsi completamente alla scrittura.
I destini di queste tre persone si incrociano per caso, attraverso 100 yen che Nakano regala a Takayanaghi per le cure mediche, ma poi sono spesi per liquidare un debito del professore…
Il contrasto tra la vita agiata di Nakano e quella umile di Takayanaghi, l'anticonformismo del professore Shirai, l'atmosfera animato di Tokyo dopo 40 anni dalla fine dell'isolamento del Giappone…
Soseki descrive abilmente mette in risalto le amarezze della vita. Forse per questo mi piace Soseki. Le sue parole sono un gioiello per me e fanno pensare tante cose.
E mi piace quell'epoca, piena di energia, di grande cambiamento. Leggere le storie di quell'epoca mi riempie di speranza...
Ho letto questo libro più di 2 mesi fa. Allora faceva caldo e prendevo ancora le bevande fredde...

10 nov 2018

IL RISVEGLIO DEL GIAPPONE

Okakura Kakuzo, conosciuto con il nome di Okakura Tenshin dedicò la sua vita all'arte giapponese e pubblicò questo libro negli Stati Uniti nel 1904, l'anno in cui scoppiò la guerra contro la Russia. Allora vedendo il Giappone prevalere sulla grande Russia, gli occidentali si allarmarono e iniziarono a parlare del "pericolo giallo". Okakura scrisse questo libro in inglese per spiegare la posizione giapponese, e far comprendere la cultura giapponese agli occidentali.

Spiegò il processo del risveglio del coscienza nazionale giapponese, e la caratteristica e l'originalità della filosofia e della cultura che il Giappone aveva coltivato nei secoli. Confrontando la cultura occidentale con quella orientale, riconobbe la bellezza dell'Occidente moderna e cercò di propagare il "principio dell'Oriente" che potrebbe superare la modernità.

Dopo l'isolamento durato circa 300 anni, il Giappone si è modernizzato e orientalizzato rapidamente. Ma Tenshin volle che i giapponesi si liberassero dal complesso d'inferiorità verso l'Occidente ed fossero fieri di essere giapponese.

Sono rimasta sinceramente commossa per il suo amore profondo per la patria, la sua passione e la sua convinzione ferma. È un libro straordinario che rimarrà per sempre nel mio cuore.
Sono così rimasta impressionata da Okakuta, ho visitato la sua tomba a Tokyo.
Ancora il tempo è stranamente mite e l'inverno è in ritardo quest'anno. Ciò nonostante le tinte autunnali si fanno sempre più cariche. Ma che confortanti i colori caldi... i colori miei preferiti e il periodo mio preferito...

In questo periodo i giorni sono volati via senza accorgermene... Nella vita, a volte ci capitano le cose inaspettate. Per fermarmi un po' mi sono concessa di un dolce squisito. Devo cambiare il ritmo un po'...


Un altro libro di Okakura "Il libro del tè" →  http://imonologhi.blogspot.com/2017/05/lo-zen-e-la-cerimonia-del-te.html

13 ott 2018

TOKYO

A Tokyo c'è Toyobunko che è la biblioteca e l'istituto di ricerca specializzati nella storia e cultura orientali. Ha una storia di 90 anni ed è uno dei 5 più grandi centri degli studi orientali nel mondo.
In questo istituto c'è un museo che ci mostra le sue collezione dei libri e dei documenti storici.
Da quando ho visto la foto di questa sala da qualche parte, volevo visitarlo e stavolta finalmente ci sono stata.
Agli scaffali sono esposti i libri antichi e preziosi, la collezione che il fondatore di questo istituto comprò da Morrison, un ricercatore australiano.
Si regnava un'atmosfera magica e ne sono stata sopraffatta. È un posto dove rimarrei volentieri a lungo.
Ogni volta che vado a Tokyo, visito il tempio scintoista Yasukuni.
Quest'anno l'autunno è arrivato in anticipo, e avevo già sistemato l'armadio per l'inverno. Ma quando siamo stati a Tokyo, il caldo è ritornato e ci siamo esauriti solo spostandoci...

SONO SEMPRE IO

Da quando avevo letto "io prima di te", sono sempre appassionata di Luisa, la protagonista di questa serie. È sempre positiva, allegra e sincera. E sopratutto affronta le difficoltà con determinazione invece di scansarle anche se a volte rimane scoraggiata. Ammiro sempre la sua forza di andare avanti.
Stavolta la sua avventura si svolge a New York dove ha trovato un posto di lavoro presso una famiglia agiatissima. Nella prima parte ho faticato ad andare avanti nella lettura, le sue vicende amorose sono troppo noiose per me (forse sono troppo invecchiata per queste cose?). Ma nella seconda parte Luisa si ritrova ad assistere una anziana elegante ma poco accessibile, e il rapporto tra loro era così coinvolgente che ho finito a leggere l'ultima parte tutto d'un fiato.
A dire il vero non è paragonabile al primo volume, "io prima di te", ma è divertente e piacevole leggere questa serie.  
Quest'anno l'autunno è arrivato in anticipo, ma l'altro giorno è tornato il caldo un po' e sono andata alla gelateria italiana appena aperta vicino a casa mia.
Non ho mai visto questa catena in Italia, ma era buona come quello che mangio in Italia. Ci ritornerò...

28 set 2018

AL CHIARO DI LUNA

In occasione della festa tradizionale del tempio scintoista nelle vicinanze, la tomba di Ishibutai di Asuka è stata illuminata.

Il villaggio Asuka che si trova a sud di Nara, spesso viene definito l'origine del Giappone. Perché proprio qui c'era il capitale e si è sviluppata la cultura giapponese, tra il V e il VI secolo.

È un posto mio preferito dove a volte mi viene voglia di tornare. Con la gita scolastica e con la famiglia... sin da piccola l'ho visitato ripetutamente, e anche adesso ci torno spesso con mio marito, ma per la prima volta ci sono stata la sera.

Era bellissima, da mozzare il fiato. Non potevo muovermi per un po', ipnotizzata con la bocca aperta.
Anche il parco adiacente era illuminato e tante persone si godevano di questa magia della luce, ciascuno a suo modo.
Nelle foto il parco sembra illuminato abbastanza, ma in realtà era buio e abbiamo faticato a non cadere...
Anche nell'antichità la gente si divertiva così in penombra, con poca luce di luna e delle torce...?
Era il giorno prima della festa della piena luna. Anche la luna appena comparsa da dietro le nuvole era bellissima ma lo era anche quella leggermente velata...
I fichi, l'uva e le pere... siamo in pieno autunno...
Il tempo vola e le stagioni si succedono, e ora quell'estate incredibilmente caldo mi sembra irreale...

COSÌ TRISTE CADERE IN BATTAGLIA

È la storia del generale Kuribayashi Tadamichi che con una forza di circa 20.000 uomini era destinato a organizzare la più spietata e insistente resistenza all'invasione di Io Jima, una isola sperduta a 1250 km da Tokyo, dalle forze americane immensamente superiori durante la Seconda guerra mondiale.

Essendo il comandante cauto e razionale, inflisse gravi perdite agli americani sbarcati sull'isola, prima di ricorrere, infine, alle tattiche della guerriglia. In definitiva, tenne per 36 giorni quest'isola, che gli americani ritenevano che sarebbe caduta in 5 giorni.

Tra i militari statunitensi, i marines erano considerati più temerari, ma anche per loro Io Jima fu una battaglia tremenda, come definirono "peggiore battaglia della storia" o "inferno nell'inferno".

Infatti Io Jima fu l'unica battaglia in cui gli statunitensi ebbero più morti e feriti dei giapponesi nella guerra del Pacifico. Fu l'abile direzione di Kuribayashi a dare la coesione e lo spirito combattivo alla unità male equipaggiate e raffazzonate.

Gli ufficiali nemici avevano un'alta considerazione di Kuribayashi. Un generale americano ha scritto di lui nel suo libro: "La sua organizzazione del campo di battaglia era molto migliore di quelle che vedessi in Francia nella Prima guerra mondiale; d'altra parte gli osservatori hanno affermato che era superiore a quella dei tedeschi nella Seconda guerra mondiale".

La battaglia di Io Jima era disperata sin dall'inizio. Era evidente il divario tra le due forze in campo. I soldati giapponesi dell'isola non potevano contare sull'appoggio né di aerei, né di navi. In termini di uomini, circa 20.000 giapponesi dovettero affrontare circa 60.000 soldati statunitensi sbarcati sull'isola, che in più potevano contare sull'appoggio di altro 100.000.

La sconfitta e l'annientamento delle forze giapponesi erano inevitabili, e il loro unico obiettivo poteva essere quello di resistere il più a lungo possibile per ritardare l'invasione della patria. "Se quest'isola sarà catturata, i bombardieri americani B29  potranno decollare da qui per bombardare giorno e notte a piacimento la terra giapponese in cui vivono i genitori, le mogli, i figli e le fidanzate".

E durante il primo mese di permanenza, Kuribayashi rispedì a casa gli effetti personali che s'era portato al fronte. Arrivato nell'isola, si dovette rendere conto che non ne sarebbe uscito vivo. Consapevole che i suoi effetti personali non sarebbero stati restituiti ai famigliari in caso di sua morte, decise di mandarli loro sotto la forma di oggetti di ricordo, quand'era ancora possibile farlo.

In questo libro spesso si citano le lettere scritte e inviate da Kuribayashi alla sua famiglia di Tokyo. Dal suo arrivo sull'isola alla sua morte, in 8 mesi scrisse 41 lettere alla sua famiglia. Da queste lettere si emerge l'amore profondo per la sua famiglia ma anche l'invivibilità dell'isola, la difficoltà e la crudeltà delle battaglie.

La vita sull'isola era "inferno vivente" come definì Kuribayashi stesso. Innanzitutto i soldati soffrissero la mancanza d'acqua. Io Jima non aveva neppure un ruscello. Quando presero a scavare dei pozzi, finirono per trovare invariabilmente l'acqua salmastra ad alto contenuto di zolfo. Gli oltre 20.000 soldati non avevano altro da bere che l'acqua piovana che riuscivano a raccogliere.

Poi con il tempo, i necessari approvvigionamenti e armamenti iniziarono a non arrivare. Mentre i fabbisogni scarseggiavano, i soldati dovevano faticare giorno e notte ad addestrarsi militarmente e a costruire le postazioni difensive sotterranee, cercando inoltre di scampare agli attacchi aerei e ai bombardamenti continui. Era veramente l'inferno.

Ciò nonostante, solo per resistere il più lungo possibile, le truppe giapponesi combatterono eroicamente anche dopo che gli statunitensi sbarcarono sulla spiaggia e i giapponesi si rintanarono definitivamente nelle postazioni sotterranee a nido d'ape.

Ma alla fine, dopo aver resistito per 36 giorni dallo sbarco degli statunitensi, Kuribayashi decise di uscire dal bunker e di sferrare un attacco finale generalizzato.

Davanti alla morte imminente, Kuribayashi bruciò le banconote nel centro di comando. Le banconote raccolte tra i suoi soldati, nell'infuriare della battaglia, per l'acquisto dei cosiddetti, "Contributi alla difesa nazionale". Il valore delle banconote in questione ammontava a 36,584 yen. I suoi soldati avevano donato tutti i soldi che avevano con sé nella speranza che potessero servire alla difesa della patria. Semplicemente era impossibile inviare il denaro da un'isola così remota e in quella situazione. Dopo avere verificato l'importo totale e aver bruciato le banconote, inviò un cablogramma al Quartiere generale imperiale contenente la richiesta di versare una somma equivalente al Ministero delle Finanze. "Mi commuovo alle lacrime per la bontà d'animo dei miei uomini. Vi prego di fare il necessario per assicurare il contributo che questa sera ho dovuto bruciare in questo bunker".

Poi scrisse il suo ultimo telegramma con l'intento di far conoscere al mondo quanto coraggiosamente i suoi uomini – in gran parte i militari di leva trentenni e oltre che avevano lasciato le mogli e i figli a casa, avessero combattuto e fossero morti su quell'isola sperduta, così lontani da casa. Gli uomini che morirono credendo: "Il Quartier generale imperiale non può certo abbandonare un'isola come questa che fa parte integrante della patria giapponese..."

"La battaglia è giunta all'epilogo. Dal sbarco del nemico, gli uomini al mio comando hanno combattuto in maniera talmente valorosa da commuovere persino gli dèi. In particolare, sommessamente mi compiaccio che abbiano continuato a combattere da coraggiosi, seppure a mani nude e male equipaggiati, sottoposti a un attacco da terra, dal mare e dal cielo di una superiorità materiale inimmaginabile.
Uno dopo l'altro sono caduti davanti agli attacchi incessanti e tremendi del nemico. Perciò, la situazione è arrivata al punto in cui devo deludere le vostre aspettative e abbandonare questa importante posizione nelle mani del nemico. Con umiltà e sincerità presento le mie più sentite scuse. Non abbiamo più munizionamento e l'acqua è finita. È giunto per tutti noi il momento di sferrare il contrattacco finale e combattere valorosamente, consapevoli dell'approvazione dell'imperatore, senza risparmiare gli sforzi, per quanto trasformino le nostra ossa in polvere e polverizzino i nostri corpi. 
Ritengo che finché l'isola sarà riconquistata, il dominio dell'imperatore resterà eternamente insicuro. Giuro, pertanto, che anche quando sarà diventato uno spirito resterò nell'attesa che la sconfitta dell'Esercito imperiale sia trasformata in vittoria.
Mi trovo, ora, all'inizio della fine. Nello stesso tempo in cui rivelo i miei sentimenti più intimi prego sinceramente per la certa vittoria e la sicurezza dell'impero, Addio per l'eternità."

E aggiunse anche tre poesie funebri in chiusa al telegramma di commiato.

Impossibilitato a adempiere a questo arduo compito per il nostro paese,
frecce e pallottole esaurite, tristi siamo caduti.
Ma salvo sbaragli il nemico, il mio corpo non può marcire nel campo, rinascerò nuovamente sette volte e brandirò la sciabola.
Quando le lugubri gramaglie ricopriranno quest'isola, mio unico pensiero sarà la Terra imperiale.

Era un tabù per un generale giapponese affermare che i suoi soldati erano andati incontro alla morte "tristi".
Kuribayashi apparteneva all'élite degli ufficiali. Forse le esperienze vissute su Io Jima l'avevano indotto a non limitarsi a scrivere una poesia, bensì una sottile protesta contro il comando militare che aveva mandato a morire con tale leggerezza i soldati.

"L'America è l'ultimo paese al mondo che il Giappone dovrebbe combattere". Un'affermazione che Kuribayashi aveva ripetuto spesso. Una convinzione che trovava il fondamento nel suo soggiorno negli Stati Uniti, ossia nell'evidente potenza di qual paese che aveva potuto vedere coi propri occhi. In genere si ritiene che Kuribayashi sia stato destinato a Io Jima perché era ritenuto un comandante capace: ma secondo un'altra interpretazione, il suo modo di ragionare molto razionale, "all'americana", lo rese impopolare, tanto che sarebbe stato destinato intenzionalmente a una battaglia dalla quale era certo che non sarebbe ritornato vivo.

Il primo ministro Tojo Hideki che aveva nominato Kuribayashi il comandante in capo di Io Jima, gli ordinò di difenderla a tutti i costi. All'inizio il Quartiere generale imperiale sembrava ancora prendere Io Jima sul serio, considerandola "una località che richiede di essere rafforzata prioritariamente in quanto parte integrante della difesa della patria". Ma i rifornimenti e i fabbisogno scarseggiavano su tutti i fronti e il Quartiere generale imperiale che aveva ampliato a dismisura il fronte, era incapace di inviare i materiali necessari. L'interesse del Quartiere generale imperiale si concentrò sulla battaglia finale sul continente e la difesa di Io Jima passò in secondo piano. "Alla fine Io Jima cadrà inevitabilmente in mano nemica". Si decise di mollarla prima ancora dell'inizio dei combattimenti. Ma come poteva abbandonare alla leggera un'isola in cui aveva mandato più di 20.000 uomini?

"Sarò sempre alla vostra guida” come aveva affermato Kuribayashi agli suoi uomini, dopo aver bruciato le insegne dei gradi e le mostrine, i documenti e i oggetti personali, andò all'assalto in testa di circa 400 soldati sopravvissuti. Di norma, durante la carica finale generalizzata, l'ufficiale comandante faceva harakiri alle spalle dei suoi uomini avanzati. Nella storia dell'esercito giapponese non esiste nessun esempio di un generale di divisione che abbia guidato personalmente una carica.

I soldati giapponesi sferrarono un attacco silenzioso e molto ben organizzato che fece grande danno agli statunitensi. Durante la battaglia Kuribayashi fu seriamente ferito alla coscia destra, ma continuò ad avanzare, portato a spalle da un sergente maggiore. Si pensa che sia morto per dissanguamento oppure per essersi sparato un colpo di pistola. Non ci furono gli sopravvissuti in grado di testimoniare gli ultimi momenti di un comandante che volle combattere a fianco dei suoi uomini fino alla morte.

Era penoso leggere una storia come questa. Non ho parole se penso a quante vite sprecate inutilmente a causa degli alti comandi che non riuscirono ad adottare che una serie di scelte improvvisate. Nel frattempo penso che non dobbiamo dimenticare i sacrifici degli uomini non solo di Io Jima ma anche di tutti i campi di battaglia che combatterono fino in fondo per la patria. Grazie a loro, il nostro paese esiste ancora adesso.
L'altro giorno, quando abbiamo fatto una passeggiata in campagna, ho trovato i fiori di Higanbana (Lycoris radiata in inglese). Il suo nome significa letteralmente "fiori dell'equinozio d'autunno".
Ma da quanto tempo non li avevo visti?
Da bambina, quando con i nonni visitavamo al cimitero all'equinozio d'autunno, questi fiori rossi erano in fioritura sui argini tra le risaie. In un attimo mi sono tornati in mente quei giorni bellissimi ma molto lontani...